Venezuela - La Gran Sabana



31 Dicembre 1999 - 9 Gennaio 2000




Dopo due giorni di viaggio attraverso il Venezuela e 1350 chilometri percorsi da Caracas ne Los Llanos fino al Rio Orinoco, poi piú giú attraverso El Dorado ed El Callao, siamo arrivati nel Parco Nazionale di Canaima, cui appartiene La Gran Sabana. L’immensa estensione della regione e gli orizzonti sconfinati che appaiono quando nel tardo pomeriggio si raggiunge l’altopiano, generano sensazioni inusuali. Siamo digiuni da sempre di una natura incontaminata dove l’uomo sembra non aver mai avuto accesso. Tanto piú questa che dista cosí poco da zone densamente e caoticamente popolate come possono essere solo le città del sudamerica. L’esperienza in tenda aggiunge al viaggio quel sapore di giovani esploratori che elettrizza i bambini. Noi, pur avendola già provata altrove, siamo stati inizialmente cauti nell’esternare entusiasmi. La tarda ora, la completa solitudine e l’orizzonte sconosciuto non lasciavano molto spazio alla fantasia. Stavamo per accampare in un punto sulla terra dove non c’era nessuno nel raggio di decine di chilometri! Quella prima sera, dopo una trentina di chilometri fuoristrada in direzione della cascata Toron-Merú abbiamo fermato la Jeep su di un rilievo dal quale, mentre montavamo la tenda, ci siamo goduti un tramonto indimenticabile. Poi, indossati i maglioni per il freddo della sera, ci siamo messi a cucinare gli spaghetti alla luce della lampada a gas! In effetti la macchina era attrezzata per non morire di fame nei prossimi sei mesi. Abbiamo quindi cominciato subito a ridurre le scorte, per non portare tanto peso in giro. Un piatto di spaghetti al sugo nella Gran Sabana lo hanno certamente mangiato in pochi.... Il silenzio intorno a noi si tagliava a fette. Prima di sperimentare i sacchi a pelo nuovi, abbiamo dato un’ultima occhiata all’immenso cielo stellato. Poi, infreddoliti, ci siamo rannicchiati uno vicino all’altro. Le orecchie ‘scrutavano’ nel buio nel timore di scoprire qualche suono, magari di un animale sgradito. Il sonno ha avuto il sopravvento, credo fossero le 7:30. Durante la notte ha piovuto leggermente, così ci siamo svegliati al mattino con una foschia che il primo raggio di sole ha trasformato in arcobaleno. Subito ci siamo rallegrati per aver passato la prima notte in tenda tutti insieme e nella Gran Sabana ed abbiamo festeggiato. Nemmeno a dirlo ci siamo subito armati una padella di "Bacon & Eggs". Poi, smontata la tenda asciugatasi con i primi raggi del mattino, ci siamo rimessi in viaggio verso il Toron-Merú. Abbiamo passato con difficoltá un guado e siamo arrivati alla cascata. Una delle bellezze naturali più rinnomate della Gran Sabana. Abbiamo fatto un bagno tonificante nelle acque gelide della cascata. Poi di nuovo in viaggio verso il fiume Apongwao. La giornata è corsa via rapidamente, anche perchè quando si viaggia fuoristrada pochi chilometri si percorrono in ore. Appena arrivati al villaggio degli indigeni, abbiamo preso una canoa per farci accompagnare fin sopra alla cascata. Un breve tragitto a piedi ci ha fatto conoscere anche delle piante carnivore che hanno deluso Luca. Immaginava infatti delle piante con le mandibole, mentre ha conosciuto degli strani fiori, che solo dopo un’attenta apertura del calice di foglie, hanno mostrato di avere un liquido nel loro interno nel quale gli insetti vengono digeriti. La cascata del Apongwao è sicuramente una straordinaria bellezza naturale. Il fiume cade da un’altezza di 115 metri, generando un gran frastuono ed una nube di goccioline d’acqua che irrorano tutt’intorno. Scendendo fin sotto al salto, si rimane attoniti, investiti da fresche ventate di acqua, assordati dal rumore. E’ sicuramente la cascata più bella che abbiamo visto per la maestosità dello spettacolo. Rientrati al villaggio abbiamo preferito allontanarci poichè altri ‘esploratori’ avevano già accampato e noi preferivamo un posto più solitario. Il terzo giorno siamo andati verso Sta Elena di Yuaren, dove avevamo una capanna riservata. La bellezza del campeggio ci ha spinto a pensare di non approfittare del bungalow, ma alla fine abbiamo convenuto che la serata passata al coperto sarebbe stata migliore. Infatti il tempo era nuvoloso e non prometteva nulla di buono. Comunque durante il tragitto di circa 160 chilometri verso sud, ci siamo fermati varie volte in luoghi che ci erano stati segnalati per essere di particolare interesse. Abbiamo sostato a lungo nelle Rapide di Camoiran dove abbiamo pranzato immersi nelle acque del fiume, quasi fosse un idromassaggio. Un forte sole ci ha fatto apprezzare quel bagno, è stato come essere al mare. La sera, non appena abbiamo scaricato nel bungalow le nostre cose siamo andati oltre il confine con il Brasile, La Frontera, dove abbiamo cenato a base di carne alla brace preparata in una churrascheria. I bambini erano stanchi ma soddisfatti. La notte ha piovuto e noi eravamo sotto ad un tetto. Al mattino una bella doccia calda....ci ha fatto dire che il campeggio va bene però intervallato con delle sane comodità. Per ovviare Laura e Luca avevano deciso, la notte prima, di dormire in sacco a pelo anche se stavamo sotto ad una capanna. Da Sta Elena abbiamo fatto delle gite nella regione circostante. La più bella è stata alla Quebrada Jaspe. E’ una cascata non alta ma in una formazione rocciosa di una pietra semipreziosa di color rosso. E’ assolutamente proibito rimuovere anche un solo sassolino. Dei guardiani del parco vigilano costantemente il luogo. E’ possibile rimanere anche tutto il giorno nelle fresche acque del rio. Nei giorni successivi abbiamo esplorato una regione lungo la frontiera con il Brasile che ha comportato notevoli rischi non preventivati. Ci siamo spinti infatti fino al Pauji, un villaggio sorto in una regione di miniere di diamanti ed oro. Il percorso per raggiungere questo villaggio è stato in assoluto il peggiore. Quattro ore e mezzo per 70 chilometri! In particolare non ci scorderemo di un passaggio nel fango argilloso che ha raggiunto i vetri della jeep. Non finiva più. Altri veicoli hanno dovuto essere trainati fuori. Laura era un poco agitata e vedeva acqua entrare da tutte le parti, noi invece in silenzio incrociavamo le dita per uscirne al più presto. Arrivati al Pauji abbiamo conosciuto una comunità di persone fuggite dalla civiltà un quarto di secolo orsono. Gente di varia nazionalità che si è ritirata a vivere in questo angolo di paradiso e non è tornata più indietro. Al mattino presto ci siamo incamminati con una guida indigena fino al Abismo, una sorta di terrazza sull’Amazzonia. La giornata non prometteva nulla di buono, ma la gita è stata interessante. Avevamo la preoccupazione del ritorno a Sta Elena, quel guado era un incubo. Abbiamo trovato un panorama inaspettato, con rilievi a perdita d’occhio, mentre l’indigeno ci raccontava di battute di caccia nella foresta amazzonica anche di numerose settimane. Luca chiedeva del giaguaro e dei serpenti, delle rane velenose e delle termiti. Per tutto il percorso non ha smesso di parlare con il ragazzo. Anche in vista della foresta Amazzonica ci siamo concessi una colazione con salamino nostrano e formaggio sardo. L’indigeno ha apprezzato. Ormai la vacanza volgeva al termine. Due giorni di viaggio per il ritorno ci aspettavano. Il venerdi mattina ci siamo incamminati verso il nord, stanchi e dispiaciuti di dover rientrare. E’ rimasta la voglia di tornare, per vedere il Salto Angel che si raggiunge solo con un veivolo leggero, o per fare una gita esplorativa del Tepui Roraima, il più famoso tra queste formazioni rocciose così caratteristiche. All’arrivo a casa il contachilometri segnava 3350 .

Antonio Betti, Corso Polaris.





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